Libertà per i 13 precari bros e tutti i compagni!

CONTINUA LA PERSECUZIONE CONTRO I PRECARI BROS E I MOVIMENTI DI LOTTA NELL’AREA METROPOLITANA NAPOLETANA.

Il Tribunale del Riesame ha – di nuovo – respinto l’istanza di libertà provvisoria per i 7 precari del Progetto Bros detenuti dallo scorso mese di Ottobre.

La loro unica “colpa” è quella di aver occupato, per pochi minuti, una stanza della sede del Consiglio regionale al centro direzionale per richiedere il diritto al lavoro a seguito dell’improvvisa ed immotivata sospensione del Progetto Bros ad opera della Amministrazione Caldoro. I 7 precari, ancora detenuti, più altri 6 che furono scarcerati dopo qualche settimana, subirono un gravissimo pestaggio ad opera della polizia e furono trasferiti a Poggioreale.

Da quel giorno è iniziata la loro persecuzione giudiziaria.

Intanto continua la pioggia di provvedimenti giudiziari (Avvisi Orali, misure di Prevenzione Speciale, Multe Amministrative) contro gli attivisti dei movimenti non solo dei precari ma anche contro lavoratori e studenti in lotta.

E’ incredibile che per reati inesistenti si costringa alla prigione chi lotta mentre le cronache cittadine riportano che i politici e gli affaristi che in questi anni hanno devastato, avvelenato e deturpato il territorio godono o della libertà.

EVIDENTEMENTE ESISTE UNA GIUSTIZIA A DOPPIA VELOCITA’ CHE ASSOLVE I LADRI DI STATO E GLI SPECULATORI E PENALIZZA I DISOCCUPATI, I LAVORATORI E QUANTI SI RIBELLANO AL COSTANTE PEGGIORAMENTO DELLE LORO CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO COSI COME PER CHI SI BATTE PER LA GIUSTIZIA AMBIENTALE, CONTRO LA “LEGGE GELMINI” E CHE SONO SOTTOPOSTI A MISURE RETSRITTIVE DELLA LIBERTA’ E A PROCEDIMENTI GIUDIZIARI.

Da questo punto di vista l’immotivata detenzione dei Precari Bros è la dimostrazione lampante di questa pesante discriminazione che colpisce i ceti popolari e chi non accetta di subire passivamente la negazione dei diritti e la mortificazione dei propri bisogni.

Mobilitiamoci, quindi, a difesa del diritto di manifestare, contro la criminalizzazione delle lotte e contro l’autoritarismo delle istituzioni.

Appoggiamo le rivendicazioni del diritto al salario, al lavoro, al sapere, contro le privatizzazioni e i tagli alla sanità, ai trasporti e per difendere l’istruzione pubblica portate avanti dai Movimenti di Lotta.

Libertà immediata per i Precari Bros, basta con le denunce,
piena libertà di lotta e di organizzazione!

Precari Bros Organizzati, Precari Bros per il lavoro stabile e il salario, Sindacato Lavoratori in Lotta, Unione Sindacale di Base, Laboratorio Occupato Insurgencia, Commons! Rete comitati per i beni comuni, Associazione Solidarietà Proletaria, Zero 81 Occupato, Aula Flex, Studenti “Federico II”



Velerio vive!



Ciao Franca! “Abbiamo rincorso l’utopia di un mondo migliore e mai l’interesse personale. Non lo faremo adesso”.

Pubblichiamo una vecchia intervista fatta alla compagna Franca Salerno scomparsa di recente…

LA RIVOLUZIONE E’UN FIORE CHE NON MUORE!

Ricordo le foto sui giornali, la tua all’ospedale… “Sì, loro ti cercano, ti pedinano e quando ti catturano ti massacrano di botte. Per quei tempi era normale. Gridavano: “Ammazziamole, facciamole fuori”. Se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. A Pia hanno sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c’era rabbia e eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile“.

Al processo, a quanti anni ti hanno condannata?A 18, per banda armata”.
Sapevi di essere incinta al momento dell’arresto? “Sì, avevo questo bambino in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia era stata portata via con l’autoambulanza ferita, io ero sul selciato e gridavo: “Sono incinta”, ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano. Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale”.

Cosa vuol dire fare un figlio in carcere? “Guarda che io il figlio l’ho fatto fuori, in carcere l’ho partorito.

Franca incinta al processo

Ma non mi sono sentita mamma da subito, all’inizio mi vergognavo. Quasi che il mio essere gravida fosse un tradimento alla rivoluzione”.

Ed è rimasto con te in carcere? “Sino ai tre anni andava e veniva, perché in carcere i bambini non stanno bene. E poi ho fatto molto carcere da sola, come a Nuoro, dove in sezione c’eravamo solo io e lui. Forse dalle lettere avevano capito che vivevo la maternità in modo confittuale e mi hanno messo alla prova”.

Come si chiama? “Antonio”.

Poi cosa è successo? “Compiuti i tre anni, i bambini in carcere non ci possono più stare. È stato un grosso dolore, ma esistevano i compagni e le compagne. E lui esisteva, esisteva come cosa viva, non solo come perdita. Poi ci sono stati le carceri speciali, i vetri divisori nella sala colloquio che per anni ci hanno impedito di toccarci, e tutte le altre difficoltà che “loro” mettevano in mezzo. Ma a me non fregava niente. Mio figlio esiste, mi dicevo, e anche se va via troverò un modo per costruirci qualcosa assieme, per crescerci assieme”.

Chi lo ha tenuto? “Mia madre, mia sorella, l’altra nonna”.

Lui ti ha mai chiesto perché stavi in carcere? “Si, aveva cinque anni e voleva dare risposte alla sua vita di bambino nato dietro le sbarre. Potevo spiegargli la rivoluzione? E poi non mi piace la retorica gloriosa. Così gli ho detto: la mamma ha rubato. Poi, piano piano, ho cercato di spiegare. Ma il racconto vero dei percorsi che mi avevano portato in carcere c’è stato quando sono uscita e lui aveva 16 anni”.

E dopo sedici anni di galera come si riprende a vivere fuori? “Per un anno avevo i piedi fuori e la testa da detenuta. Cercavo emozioni passate, fili, ed ero comunque e sempre sulla difensiva. Poi, un po’ alla volta, ho iniziato a misurarmi con la realtà. Col lavoro necessario, con mio figlio. Era una presenza intensa, ma io da sedici anni non ero abituata alle presenze, ad avere persone attorno, all’interesse di qualcuno su di me. Ero disabituata alla materialità degli affetti, ai corpi da toccare. Ho dovuto imparare a non vivere di continue elaborazioni del cervello, a mettere in comunicazione corpo e mente”.

E il carcere, lo hai dimenticato? “Lo sogno continuamente. E per me sognare non è una seconda vita. Per me il carcere è presente, come sono presenti i compagni e le compagne che sono ancora dentro, a scontare una pena che non ha fine. In nessun modo disposti però a barattare dignità e rispetto di se stessi in cambio di libertà. Abbiamo rincorso l’utopia di un mondo migliore e mai l’interesse personale. Non lo faremo adesso”.

È stato facile trovare lavoro? “È stato necessario. Ma tutt’altro che facile. Mi sono state fatte offerte di lavoro da qualche parlamentare in cambio di un mio intervento sul dibattito della dissociazione. Ho rifiutato e mi sono affidata alla gente del quartiere e ho trovato lavoro in un’impresa di pulizie”.

Dell’esperienza del carcere cosa rimane addosso? “Dei vizi. Dentro la borsetta metto di tutto: spazzolino, penna, fogli bianchi, insomma quello che può servire per i cambiamenti improvvisi. Le cose che una detenuta inserisce nello zaino quando c’è aria di trasferimento e sa che, quando avverrà, non le sarà concesso nemmeno il tempo di prepararsi la borsa. E quando mangio lascio sempre qualcosa nel piatto, per dopo, perché non si sa mai”.

Lascia l’amaro in bocca quest’intervista, più di quanto le parole di Franca non lo lascino già.

Perchè quel bimbo di cui si parla, Antonio, non smette di mancare ad ognuno di noi.
Perchè la storia di quella vita nata tra le sbarre di un carcere di massima sicurezza non doveva finire spezzata sul lavoro, come troppe persone ogni giorno.

Solo oggi tra la lista dei morti spunta un ragazzo di 20 anni, morto accanto al fratello, rimasto gravemente ferito….non se ne può più. QUESTA PAGINA E’ QUINDI CONTRO IL CARCERE, CONTRO LA PRESENZA DI BAMBINI DA 0 A 3 ANNI, Ma ANCHE PER LA SICUREZZA SUL LAVORO, PER FERMARE LA QUOTIDIANA SEQUELA DI ASSASSINII

Il giorno in cui è morto quel 17 Gennaio del 2006, Antonio Salerno Piccinino stava lavorando e faceva una consegna straordinaria, un favore personale ad uno dei suoi dirigenti, un viaggio fino ad Ostia improvvisato probabilmente per la voglia di dimostrare affidabilità.

Antonio è morto perchè andava troppo veloce a causa dei ritmi inarrestabili e delle pressioni emotive costanti che ci vogliono disponibili, sorridenti e veloci, sempre.
Antonio era un pony express, il contratto di lavoro era scaduto a fine dicembre e formalmente, quando è morto sulla Cristoforo Colombo non gli era ancora stato rinnovato.
Antonio era in nero. Il suo lavoro era quello di corriere addetto ai ritiri presso gli ambulatori veterinari, percorreva sulle strade di Roma 130Km al giorno. 14 ritiri al giorno, 3 euro per ogni ritiro in città, 5 euro per ogni ritiro oltre il Grande Raccordo Anulare e 6 euro per ogni ritiro nella zona mare comprendente Ostia, Torvajanica e Fiumicino.
E’ Indispensabile andare veloce perché l’equazione è semplice: aumentare il numero di ritiri per aumentare la propria busta paga.
E’ così che è morto Antonio. Ma Antonio non era affatto il suo lavoro, anzi. Era un ragazzo pieno di vita e di sogni. Antonio era un ragazzo di ventinove anni consapevole dei meccanismi di sfruttamento che era costretto a subire, era un precario che lottava quotidianemente contro la precarietà del lavoro e della vita.



PRESIDIO MARTEDI 15 FEBBRAIO ORE 9.30

“GIUSTIZIA” A DUE FACCE…!?

Nell’ultimo anno ancor più si è accentuata la repressione verso le lotte sociali! A Napoli e in Campania studenti, disoccupati, precari, immigrati, antifascisti, operai, comitati contro la devastazione ambientale, hanno visto crescere denunce, procedimenti giudiziari, sgomberi, arresti anche nelle situazioni più improbabili, cariche gratuite e violente!
Una linea di intolleranza e di abusi che ovviamente non ha “pacificato” la città di fronte ai bisogni sociali colpiti dalle ingiustizie e dalla crisi.
Uno dei movimenti maggiormente bersagliati sono stati i precari Bros, per i quali l’assoluta mancanza di risposte istituzionali si sposa con un razzismo neanche troppo nascosto sui media. I proletari di questa città vanno bene quando sono oggetto passivo della finta “compassione” altrui, non quando alzano la testa con rabbia e rivendicano i propri diritti!
Invece questa “tolleranza zero” non vale evidentemente per i potenti, i ricchi e i burocrati…! Proprio in questi giorni assistiamo a due situazioni opposte:
* Chi è accusato/a di aver attentato alla salute di centinaia di migliaia di persone con la gestione criminale e affaristica del piano rifiuti esce dal carcere dopo tre giorni e può anche lamentarsi sulle prime pagine dei giornali..
* I precari bros arrestati (e pestati a sangue!) dopo l’occupazione di un ufficio regionale per la loro vertenza, sono in carcere da oltre tre mesi!! Altri sono ai “domiciliari” o con altre misure restrittive. Allo stesso modo il Questore, nel suo delirio repressivo che ha già portato a centinaia di avvisi e altri provvedimenti di intimidazione ad personam, ha chiesto ora alla sezione “misure speciali” del tribunale, l’applicazione di “limitazioni straordinarie” alla libertà di un compagno del movimento a prescindere da qualsiasi reato contestato!
Sarebbe un precedente assai grave e ognuno deve interrogarsi se vuole vivere o meno in una città di sudditi! Crediamo che sia un compito dei movimenti difendere il diritto alle lotte sociali contro la precarietà della vita e del lavoro. Perciò invitiamo tutti alla mobilitazione!

Tonino – Pasquale – Antonio – Gennaro..:
LIBERI TUTTI LIBERI SUBITO!!
PRESIDIO MARTEDI 15 FEBBRAIO ORE 9.30 – Piazzale Cenni (Tribunale – centro direzionale)

Commons! Rete dei comitati per i beni comuni; F.U.C.K. Collettivi autonomi studenteschi; Laboratorio Insurgencia; Collettivo femminista pachamama; Usb; Cobas; Coordinamento di lotta per il lavoro; Movimento precari Bros per il lavoro e il salario; UDN; UDO; Studenti Federico II; Z.E.R.081; Laboratorio occ. Insurgencia; Laboratorio occ. Ska; Csoa Officina99; Area antagonista campana; Carc; Sll; Comitato antirazzista di Napoli; Red Link; Movimento per la difesa del Territorio Area Vesuviana; Collettivo Vesuvio Zona Rossa



Reseconto dell’assemblea contro la repressione del 5 febbraio.

Si è tenuta sabato 5 febbraio al CPO Gramigna di Padova l’assemblea lanciata dagli imputati dei due processi in corso a L’Aquila con l’obiettivo di rilanciare un percorso per sviluppare la solidarietà agli imputati. L’assemblea è stata partecipata da circa 80 compagni da diverse città da tutta Italia.

Dopo la manifestazione del 03 giugno 2007 a L’Aquila, 24 compagni vengono denunciati. Il processo viene diviso in due tronconi a seconda dei capi di imputazione, 11 compagni sono accusati di apologia di reato per aver urlato lo slogans “la fabbrica ci uccide, lo stato ci imprigiona, che cazzo ce ne frega di biagi e di d’antona” e vengono condannati a due anni ciascuno in primo grado,  altri 11 compagni sono accusati di aver danneggiato la rete di recinzione del carcere e di aver invaso il terreno circostante, 10 vengono condannati a 7 mesi e 1000 euro di multa ciascuno.

L’assemblea è cominciata sviluppando alcune riflessioni riguardo il processo.

Le denunce e le condanne in generale rappresentano un chiaro attacco alla solidarietà di classe e alla lotta contro il carcere e il 41 bis. I compagni condannati a due anni (di fronte ad una richiesta da parte del PM di 5 anni per ciascuno) sono stati colpiti esclusivamente per aver espresso solidarietà alla resistenza in carcere della militante rivoluzionaria Nadia Lioce, detenuta in regime di 41 bis proprio a L’Aquila, e ai compagni arrestati pochi mesi prima con l’operazione Tramonto.

Il processo si è svolto in modo differenziato. La suddivisione in due tronconi distinti del processo è un tentativo per dividere gli imputati per area di appartenenza politica, tra compagni comunisti e compagni anarchici, con l’obiettivo di rompere l’unità e depotenziare la difesa dentro e fuori l’aula.

La logica della differenziazione è la stessa che permea all’interno del sistema carcerario e che vede oggi i compagni detenuti in sezioni specifiche a seconda dell’area politica di appartenenza.

23 condanne su 300 manifestanti diventano esemplari e servono come monito per tutti gli altri.

Si è tentato così di creare il cosiddetto “mostro”, al fine di demonizzare e svuotare dei suoi contenuti originali l’intero corteo, nel vano tentativo di nascondere la funzione del carcere e del 41 bis, che applicato ai rivoluzionari è la massima espressione dell’annientamento fisico e politico dei prigionieri, e perché dà fastidio che ci sia chi ne denuncia la reale natura repressiva e controrivoluzionaria. Diversi interventi hanno sottolineato come il 41 bis sia la punta più alta di tutto il sistema carcerario.

Citando le parole di un compagno: “Un’altra cosa che voglio dire, è che il 41 bis non è solo per chi lo prende, che è già un fatto gravissimo, ma è un fatto così: è come in una fabbrica nel reparto x aumentano il cottimo a 100 mentre prima era 80. Se non lo fermi, si estende a tutta la fabbrica la condizione di cottimo che pongono a quel reparto là. Quindi gli operai partono e vanno a cercare di fermarlo, se non ci riescono, la condizione si estende.”

L’assemblea si è dimostrata solidale nei confronti degli imputati e rivendica l’unità e la compattezza (nei contenuti di classe, negli slogans e nel corteo) del percorso che ha portato alla manifestazione a L’Aquila nel giugno 2007. L’assemblea ha condiviso la necessità di rispondere con forza e unità al processo, rilanciando la lotta contro il 41 bis, il carcere e la repressione, scendendo nuovamente a manifestare l’11 giugno 2011 a L’Aquila. La proposta condivisa è quella di ritornare con un corteo nella città e un presidio sotto al carcere. L’assemblea ritiene anche importante sviluppare un percorso concreto con tutte le realtà presenti per arrivare a questa mobilitazione. In assemblea si è anche proposto di produrre alcuni materiali di controinformazione, tra cui un manifesto e un testo che rivendichi il senso dello slogan incriminato e che cerca di spiegarne la valenza che ha per molte persone e non per “pochi denunciati”.

La centralità e l’importanza di queste lotte è dimostrata dall’incremento dell’uso della repressione davanti allo sviluppo delle lotte attuali. Ragione per cui si ritiene importante cercare di collegare il contenuto del processo a quello delle mobilitazioni di studenti, lavoratori e in difesa del territorio. L’assemblea ritiene principalmente importante provare a consolidare una rete di rapporti e di reciproca solidarietà con gli abitanti di L’Aquila. Questo perché nel frattempo la città è stata stravolta dal terremoto. È stata un’occasione per le speculazioni e l’arricchimento di imprenditori e capitalisti (ricordiamo le grosse risate di Anemone la sera del terremoto, rallegrato dall’odore di facile profitto), è stata laboratorio di sperimentazione del controllo sociale e della gestione militare delle cosiddette “situazioni emergenziali”, proibendo le esperienze di autorganizzazione e di socialità dal basso, lasciando spazio, invece, all’organizzazione di gruppi neofascisti.

L’assemblea naturalmente allarga la proposta di costruire questo percorso anche ai compagni e le realtà non presenti e comunque interessate e rilancia anche la produzione di materiali (documenti, testi, video ecc.) relativi a questi contenuti.

Padova, sabato 5 febbraio 2011

Assemblea per la giornata di lotta dell’11 giugno 2011



Digoosss…Booooooiiiiiiiaaaa!

 

La mattina seguente agli scontri fuori all’Orientale due nostri compagni sono stati fermati dalla digos, perquisiti e trasportati in Questura. Dopo l’identificazione sono stati rilasciati.
Nessuna intimidazione da parte della Questura farà arretrare di un solo centimetro la lotta che tutti i giorni portiamo all’interno della metropoli!
Contro la repressione non un passo indietro! Solo la lotta paga!